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Impronte di visioni sabato a Rignano

Sabato 30 settembre andrà finalmente in scena il terzo appuntamento della rassegna poetica di Rignano sull’Arno, rinviato da maggio a causa dell’alluvione.

Abbiamo rivolto cinque domande sulla poesia a Sabrina Giarratana e Beatrice Zerbini e siamo rimaste incantate dalla profondità e della bellezza delle loro risposte. Speriamo che questa intervista vi faccia venire ancora più voglia di assistere alla loro performance.




1 C’è un momento particolare in cui la poesia è entrata nella tua vita?


Sabrina Giarratana: Avevo tre anni, era il 1968. Alla televisione trasmettevano uno sceneggiato a puntate, tratto dall’Odissea. Lo guardavamo tutti insieme in famiglia, papà, mamma e i miei fratelli. Prima di ogni puntata il poeta Giuseppe Ungaretti leggeva ad alta voce alcuni versi del poema. Ricordo l’intensità del suo sguardo e la gravità della sua voce, la sua mimica facciale. Ne ero incantata. Il suo modo di leggere mi affascinava e colpiva molto prima delle parole che stava leggendo, di cui capivo ben poco ma che bastavano ad accendere in me un desiderio di capire e a farmi arrivare una musica, un ritmo, una profondità di parola che non avevo mai ascoltato prima. Così mi sono portata dentro il mistero del senso delle sue parole mescolato a un incantamento profondo. Anni dopo, alle scuole medie, la voce appassionata del mio professore di italiano, Giuseppe Ciannella, che ci leggeva sempre l’Odissea, ha riacceso in me l’amore per la poesia, che poi si è rafforzato al liceo grazie all’incontro con una professoressa di lettere altrettanto appassionata, Giuliana Salmon, che ci leggeva la Divina Commedia. Aspettavo le loro ore di lezione come doni sempre sorprendenti. Erano scrigni di bellezza che mi richiedevano ogni volta di essere presente con tutta me stessa nell’attenzione, nell’ascolto, nel fare spazio alla meraviglia. Ne uscivo più viva, e grata, con una visione più ampia del mondo e dell’umanità, e con tante nuove domande sugli altri e su me stessa. La poesia, da bambina e da ragazza, è sempre entrata nella mia vita attraverso la voce di qualcuno che l’amava, e senza quella voce non sarei mai arrivata a scrivere versi.


Beatrice Zerbini: Forse sono io a essere entrata nella vita della poesia. La poesia c’è sempre stata, mi ha sempre accompagnata, me ne sono accorta però solo a quattro anni, con il canto. Frequentavo il Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre e mi sorprendevo a cantare parole che evocavano infiniti mondi e suggestioni. Non era la semplice fantasia ad accendersi, si trattava di qualcosa di diverso, che mi chiamava dal fondo dell’anima. Mi commuovevo fino al pianto. La poesia è la fantasia del cuore e delle viscere. È il modo che ha la carne di fantasticare. È così che, non appena imparato a leggere, ho iniziato a cercare nei libri la potenza delle parole, incontrata quasi provvidenzialmente. L’ho trovata nelle raccolte di poesie che campeggiavano non lette nella casa di mia nonna.



2. Come nascono le immagini e le parole in poesia?


Beatrice Zerbini: Non so se esista un modo univoco. Persino io credo di averne più di uno. Per quanto mi riguarda, le immagini nascono in prevalenza dall’ascolto di ciò che sento, di ciò che smuove il mio sentimento. Seguo visioni che si creano in me, sempre partendo da un’esperienza rilevante, vissuta in prima persona; le accompagno con uno sguardo interiore che poi traduco in parole. È per me come pescare un pesce lontanissimo che vedo distintamente (anzi, troppo, fino a offuscare il mare e tutto il resto) e farlo riemergere, descrivendolo in modo così preciso e accurato, da renderlo visibile anche ad altri.


Sabrina Giarratana: La poesia si nutre di immagini. Ancora prima di diventare parola, verso, strofa, poesia, albo illustrato di poesia, la poesia è già un’immagine o una sequenza di immagini. E’ un istante o un evento o un particolare che all’improvviso ci chiama a sé e ci domanda tutta la nostra attenzione per non essere perso, ci domanda di essere visto con tutta la profondità di sguardo di cui siamo capaci. Può essere un’immagine che è rimasta impressa nella nostra memoria da quando eravamo bambini, e che magari ogni tanto riaffiora, può essere positiva o negativa per le emozioni che ancora ricrea, può essere qualcosa che pensavamo di avere dimenticato e che all’improvviso ritorna vivo, facendoci stare bene o male. Ma possono essere anche immagini che riguardano le vite degli altri, conosciuti o sconosciuti, reali o immaginari, che all’improvviso sentiamo essere le nostre vite. Immagini colte camminando per la strada o leggendo un articolo su un giornale. Essere altro da sé, insieme a sé, per dare voce e dignità a ciò verso cui ci sentiamo chiamati, credo sia ciò che muove ogni artista e ogni forma d’arte, anche la poesia. Qualcosa che ci colpisce, che ci scuote, che proviene dalla nostra vita vissuta o dalle vite degli altri, di qualunque natura siano gli altri, umani, animali, vegetali, minerali, reali o immaginari. Tutto questo può a volte diventare poesia in forma di parola, se scrivere è ciò verso cui ci sentiamo chiamati, e può a volte anche diventare poesia in forma di illustrazione, fotografia, pittura, arte visiva, se essere artisti del visivo è ciò verso cui ci sentiamo chiamati. A volte una poeta o un poeta che si esprime in versi incontra una poeta o un poeta che si esprime in immagini: allora nascono gli albi illustrati di poesia.



3. Come si presentano a chi scrive e a chi legge?


Sabrina Giarratana: Nel caso in cui tra chi scrive e chi illustra ci sia sintonia e stima, il dialogo può avvenire ancora prima che l’opera sia creata, cioè l’opera può essere immaginata già illustrata da quell’artista ancora prima di essere scritta. E’ stato per esempio così per me quando ho scritto “Poesie di luce” e “Poesie nell’erba”. Il dialogo tra l’immaginario di Sonia Maria Luce Possentini e il mio è quindi nato mentre scrivevo e ancora prima che lei illustrasse le mie poesie, ancora prima che le leggesse e si ritrovasse nei miei versi. Non era quindi ancora reale questo dialogo, ma già esisteva nella mia testa e nel desiderio di fare alcuni libri insieme, dopo averla conosciuta attraverso le sue prime opere. Poi per fortuna questo desiderio si è realizzato e il nostro dialogo artistico è diventato reale. Ciò che ho imparato nel tempo, se lavoro con un’illustratrice bravissima come Sonia, è il tenermi silenziosa da parte affinché lei porti a compimento il suo viaggio, il suo lavoro artistico, in libertà. Con la consapevolezza che io ho avuto la fortuna di fare per prima il mio viaggio in totale libertà, più in libertà di lei che invece lavora partendo dal mio testo, quindi comunque condizionata. Durante questa fase intervengo solo se interpellata, se mi vengono richiesti stimoli. C’è da dire che con Sonia ho costruito nel tempo un rapporto basato sulla fiducia e sul rispetto dell’arte altrui (nel nostro caso oltre al rispetto c’è il sostegno che nasce dall’amicizia, spesso ci troviamo a fare il tifo l’una per l’altra) e so già in partenza che il suo lavoro finito sarà sorprendente e bellissimo.

Anche quando non lavoro con Sonia, è importante per me che l’illustratrice o l’illustratore possa lavorare seguendo un suo sentire, partendo naturalmente dai miei testi ma senza altri condizionamenti, a meno che non sia molto giovane di esperienza e non desideri essere guidata o guidato. A volte il dialogo tra le parole e le immagini è frutto di numerose prove in cui sia chi scrive sia chi illustra deve a un certo punto fare un atto di umiltà di fronte all’opera, perché è l’opera che alla fine deve brillare, non chi la scrive, non chi la illustra, se c’è questa consapevolezza allora il dialogo tra le parole e le immagini troverà la sua via migliore per esprimersi. Un’opera per brillare avrà bisogno di parole e immagini che comunicano insieme per valorizzarsi a vicenda, per sorprendersi a vicenda, quindi non dovranno dire le stesse cose, ma integrarsi per dire al meglio, e magari per dire anche qualcosa di inatteso, altrimenti l’opera risulterà piatta, la lettura didascalica e si perderà l’opportunità importante di moltiplicare i suoi significati e le sue possibilità di lettura.


Beatrice Zerbini: Credo che la poesia si realizzi nell’annientamento della distanza fra chi scrive e chi legge. La poesia è garante dell’universalità di un’intimità e di una verità tanto soggettiva, quanto insindacabile. Quindi credo che si presentino nello stesso modo, anche se non saprei dire quale; varia, è mutevole.


4. In quale modo pensi che il lavoro di Sonia Maria Luce Possentini abbia arricchito i tuoi versi?


Beatrice Zerbini: Sonia ha uno sguardo poetico sul mondo e agisce poeticamente. È come se lo stesso pesce di cui parlavo prima, lei lo facesse riemergere con i colori anziché con le parole. Sonia duetta, moltiplica i pesci poetici.


Sabrina Giarratana: Il lavoro di Sonia ha arricchito i miei versi perché già nel periodo in cui li scrivevo li sognavo illustrati da lei. Parlo soprattutto di “Poesie di luce” e “Poesie nell’erba”, perché quando ho scritto i “Canti dell’attesa” non conoscevo ancora Sonia e la sua arte. Sonia è arrivata proprio quando cercavo un’illustratrice per i “Canti dell’attesa”. Con Sonia, oltre a condividere ormai un’amicizia che mi è molto cara e preziosa, condividiamo un grande amore per la natura e siamo entrambe cercatrici di luce. Abbiamo entrambe anche molte ombre, che credo diano spessore al nostro lavoro, da sole o insieme. Sonia per me è sempre una compagna di viaggio sorprendente, generosa, appassionata, di fronte alla sua arte provo ciò che fin da bambina provavo di fronte alle grandi opere d’arte della natura, paesaggi in cui sono cresciuta e in cui mi domandavo di chi fosse la mano divina che li aveva dipinti. Con Sonia l’impressione di trovarmi di fronte a una mano divina si ripete ogni volta.


5. Quali sono le tre poesie che ami di più?


Sabrina Giarratana: Io non sono nessuno! Tu chi sei? di Emily Dickinson, nella traduzione di Barbara Lanati; Soldati di Giuseppe Ungaretti; Angina pectoris di Nazim Hikmet nella traduzione di Joyce Lussu.


Beatrice Zerbini: Non potrei scegliere, perché la mia affezione cambia, segue i moti della mia anima e di ciò che mi capita nel quotidiano. Ne ho alcune di altri autori che rileggo più spesso, questo sì. Altre invece mie che ancora fanno male, con i pesci tutti pieni di ami e di ferite che quando riemergono mi scuotono come al primo pescaggio.



Teresa e Cloe per qualcunoconcuicorrere.org



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